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Il film, con merito premiato a Berlino, racconta con semplicità ed efficacia uno dei più grandi drammi della nostra epoca, senza scadere nella trappola della facile drammaticità ad effetto. Siamo nella Bosnia odierna seguendo, senza conoscerne (ma intuendone) i trascorsi, la storia di una donna e di sua figlia: ed è la storia dell'immane impresa del cercare di riacquistare una semplice normalità, obliterata dall'orrore passato. Il film è ben diretto, gli attori bravissimi, le vicende ti coinvolgono colpendo allo stomaco ancor prima che al cuore, e la regista è bravissima nel raccontarci con tensione il dramma senza sbatterci platealmente l'orrore in faccia. Facile poi aspettarsi il peggio in agguato alla fine di ogni scena, ma il peggio non arriva: forse non ce n'è bisogno, poiché peggio di quello che è già successo a monte, non ce n'è. Un film che in un'ora e mezza insegna meglio di mille lezioni il linguaggio della non violenza, e che ci mostra, una volta tanto, il dolore che unisce, invece di dividere. Uno di quei film che andrebbero prescritti come cura medica a tutti coloro i quali pensino che gli unici momenti d'incontro tra gli esseri umani siano il calcio e le vacanze. (FC) |
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