prima edizione  dall'avanguardia alle sperimentazioni

> 19 ottobre 2007, circolo ARCI Arcobaleno di Roma

Cosa si può intendere per cinema oggi? La domanda che affligge centinaia di teorici. Siamo in un periodo storico di estremo cambiamento, stiamo assistendo ad una codifica del nostro patrimonio culturale in dati informatici. Come tutto anche il cinema trova nuove possibilità espressive da questa digitalizzazione. Però sembra che l’unico utilizzo che se ne continui a fare sia da una parte quello delle grandi produzioni, le quali ci offrono un sempre più spinto “effetto realtà” per stupire e divertire (i favolosi effetti speciali hollywoodiani), dall’altra parte tutti quei registi, che rimanendo legati a concezioni di cinema da rivisitare, utilizzano le telecamere digitali per investigare la realtà, tirare fuori temi sociali, narrare storie, un altro tipo di realismo, sicuramente più profondo del precedente ma che comunque non tira del tutto fuori le capacità di questa tecnologia, appiattendola a semplice surrogato della pellicola. Come è già accaduto per il video la concezione di cinema, arte tecnologica, rimane ancorata a principi obsoleti. Forse è ora, ma già con l’avvento del video era giunta l’ora, di rivisitare il concetto di cinema: «Il cinema è l’arte di organizzare un flusso di eventi audiovisivi nel tempo, è un flusso di eventi esattamente come la musica. Vi sono tre media che possiamo utilizzare per fare del cinema – il film, il video, il computer- proprio come vi sono molti strumenti per fare musica.» diceva Youngblood gia molto tempo fa. Un espansione della nozione di cinema (da qui la nozione coniata da Gene Youngblood di “expanded cinema”) che supera la nozione classica e superficiale, quella che lo vede circoscritto alla nozione di film, per guardarlo nella sua essenza primaria: un lavoro sulle immagini e i suoni, in cui anche se cambia il mezzo l’essenza rimane la stessa. Oltre quindi la troppo semplice distinzione di tecnologie: si parla di cinema quando si usa la pellicola (quindi oggetto di critici cinematografici), si parla di videoarte quando si usa il video (quindi oggetto di storici dell’arte) e così via. Per capire meglio il cambiamento in atto, che in realtà è iniziato con l’avvento del video, dobbiamo guardare al passato, a tutti quegli artisti teorici che fuori dai canoni classici e stereotipati, fuori da una logica del profitto, hanno sempre visto nel cinema un linguaggio espressivo tecnologico da esplorare e conoscere, sempre alla ricerca di un arte che sia esperienza del mai vissuto, conoscenza, quindi ampliamento delle capacità cognitive. Una continuità storico-concettuale che va dalle avanguardie storiche fino agli autori video (anche se le radici si possono trovare addirittura nel pre-cinema)  e continua negli artisti che utilizzano il digitale. A questo noi volgiamo il nostro interesse e quindi questa rassegna, che non vuole essere esaustiva ma semplicemente indicativa.

AVANGUARDIA E SPERIMENTAZIONE: Una brevissima spiegazione della differenza, a mio avviso fondamentale, tra avanguardia e sperimentazione. La differenza tra avanguardia e sperimentazioni è sottile. Diciamo, a grandi linee, che l’avanguardia va contro l’istituzione, essa si contrappone ai modelli dominanti ma proprio per questo è a essi strettamente collegata. La sperimentazione è invece una ricerca libera di linguaggi espressivi, che sottopone il linguaggio a delle analisi e verifiche tentando di svilupparlo. Le avanguardie si contrapposero al modello di cinema dominante, gli sperimentatori video si trovarono di fronte un nuovo linguaggio espressivo, completamente vergine, da conoscere.

“Le Ballet mécanique” -  regia: Fernand Léger, collaborazione alla regia: Dudley Murphy (1923/24, B/N, muto, ‘19) - “A quell’epoca realizzavo dei quadri con degli oggetti, come elementi attivi, liberi da ogni atmosfera e in rapporti nuovi. I pittori avevano già distrutto il soggetto. Come nei film d’avanguardia si andava distruggendo lo scenario descrittivo. Ho pensato che questo oggetto negletto poteva, nel cinema, prendere così il suo valore.” (Fernand Léger)

“Entr’acte” - regia: René Clair, scenario: Francio Picabia - con: Jean Börlin, Inge Frïss, Francis Picabia, Man Ray, Marcel Duchamp, Erik Satie - musiche: di Erik Satie (1924, B/N, muto, ’22) - “[…] costituì l’esempio più significativo d’un cinema antitradizionale, illogico, provocatorio, e in tal senso pienamente conforme a quella poetica dadaista che nel caso (cioè nell’illogicità e nella provocazione) vedeva uno degli elementi basilari per il superamento dell’arte e della cultura borghesi.” (Rondolino)

“Meshes of the afternoon” - regia: Maya Deren, collaborazione alla regia: Alexander Hammid - con: Maya Deren e Alexander Hammid - musiche: Teiji Ito (1943, B/N, ’14)  - “Un tale sviluppo non è ovviamente in funzione di qualche logica realistica […] Con ciò l’interezza formale è, essa stessa, la realtà e il significato del film. E’ un interezza creata dagli elemti della realtà- persone, luoghi, oggetti- ma questi sono combinati in modo tale da formare una nuova realtà, un nuovo contesto che li definisce, secondo le loro funzioni all’interno di essa.” (Maya Deren)

“Cats Cradle” - regia: Stan Brakhage - con: Stan Brakhage e Jane Brakhage (1959, Colore, ‘6) - “Brakhage concepiva l’artista come un visionario che percepisce e sente con maggiore profondità degli altri, e mirava a catturare su pellicola una visione spontanea, un senso di spazio e di luce non inquinato dalla conoscenza e dal condizionamento sociale. […] Dopo Brakhage i cineasti furono incoraggiati a fidarsi delle loro impressioni immediate […] fare un film era ora una forma di espressione personale come scrivere una poesia su un pezzo di carta.” (Bordwell e Thompson)

“Global Groove” - regia: Nam June Paik (1973, video, ’28) - Nam June Paik è uno dei padri fondatori della video arte: “Penso di comprendere il tempo meglio degli artisti video che provengono dalla pittura e dalla scultura. La musica è la manipolazione del tempo. Tutte le forme musicali sono strutturate e organizzate in modi diversi. Come i pittori comprendono lo spazio astratto, così io comprendo il tempo astratto.” (Nam June Paik)

“Ancient of days” - regia: Bill Viola  (1979, video, ’13) - “Nel suo lavoro Viola esplora gli orizzonti dello sguardo, le capacità di contemplazione potenziate dalla telecamera, le problematiche della visione e della percezione. Il suo- espresso anche in numerosi scritti- è un approccio filosofico, umanistico, alla tecnologia video, con cui indaga i grandi temi dell’esistenza.” (Lischi)

(VC)